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Diomede
Carafa
Nacque
a Napoli intorno al 1406, ultimo figlio di Antonio soprannominato
Malizia. Fin da giovinetto fu un fedele seguace di Alfonso I
d'Aragona, che seguì e servì nelle guerre di Spagna e di Barberia.
Nel 1442 partecipò all'assedio di Napoli, ove dimostrò valore e
fedeltà senza pari. Questa sua fedeltà agli Aragona gli consenti
ben presto di ottenere autorevole considerazione ed altissimo
prestigio alla corte napoletana di Alfonso. Con Ferrante il Vecchio,
salito al trono nel 1458, divenne potentissimo, ricoprendo cariche
elevatissime (Gran Consigliere di Corte, Ispettore supremo delle
finanze regie, plenipotenziario aragonese presso il pontefice Nicolo
V) e feudi vastissimi, come quello di Maddaloni. Ricoprì, inoltre,
ogni sorta d'incarichi ed a lui fu affidata l'educazione del
principe ereditario Alfonso, duca di Calabria, e delle principesse
reali Eleonora e Beatrice. Per gli alti meriti militari appartenne
all'Ordine dell'Ermellino.
Il
1° febbraio 1465 fu investito Barone di Formicola coi territori di
Pontelatone, Sasso, Sesto e Roccapiperozzi, gli ultimi due erano
delle borgate situate presso Venafro, con facoltà del «mero e
misto imperio» non privo del diritto di vita e di morte (la pena
capitale veniva eseguita nella contrada detta Forche di Barignano,
nei pressi della località ove oggi sorge la stazione ferroviaria
di Pontelatone).
Diomede
fu capostipite di una lunga serie di feudatari, succedutisi poi
anche con il titolo di Principi di Colubrano fino a tutto il 1700
— la baronia di Formicola termina il 20 marzo 1807 con Francesco
Saverio Carafa, principe di Colubrano e barone di Formicola, che
riuscì, «come legittimo rappresentante del ramo cadetto di
Maddaloni, a ottenere l'assenso regio, entrando in possesso non
solo dei beni feudali, ridotti ormai ai soli titoli, dopo la
soppressione dei feudi operata da Giuseppe Bonaparte, ma anche dei
beni allodiali appartenenti ai duchi di Maddaloni» — e
iniziò ad edificare al centro del paese un magnifico palazzo con
una torretta ed un seggio, sulle cui finestre si esponevano le teste
dei giustiziati.
Nel
contempo (1466) completò a Napoli un sontuoso palazzo che resta
uno dei più insigni monumenti napoletani del Rinascimento, oggi denominato
Palazzo Santangelo, situato nell'angolo tra Via S. Biagio dei Librai
e Vicolo SS. Filippo e Giacomo.
L'edificio
baronale di Formicola fu ultimato nel 1467 (oggi è praticamente
rovinato nella sua originaria architettura) e non risultava meno
sontuoso ed insigne di quello napoletano, nel quale però egli
raccolse un vero e proprio museo d'arte. Di quella raccolta resta,
esposta nel Museo Nazionale di Napoli, una colossale testa di
cavallo in bronzo, opera del Donatello, inviatagli in dono nel 1471
da Lorenzo il Magnifico, che era suo personale amico.
Morì
a Napoli il 17 marzo 1487, in Castel dell'Ovo. Nominò erede
universale il primogenito Gian Tommaso, erede anche della Baronia di
Formicola, e legatario il secondogenito Gian Antonio, marito di
Vittoria Campanisco e padre del Pontefice Paolo IV. Fu seppellito,
con enorme pompa, nel bellissimo mausoleo che si era preparato fin
dal 1470, in S. Domenico Maggiore. Sull'urna si legge questa
iscrizione: Huic virtus gloriam, gloria immortalitatem comparavit.
Restano
di lui otto memoriali di natura morale e politica; tra cui «Trattato
sull'ottimo principe» richiestogli da Eleonora d'Aragona, Duchessa
d' Este, opera altamente didascalica in cui suggerisce le norme che
debbono guidare gli uomini di governo negli uffici di corte, tra le
pareti domestiche e sui campi di battaglia; «Ammaestramento »,
scritto per conto di Ferrante al re Enrico di Castiglia per la
condotta della guerra contro il Portogallo; «Memoriale alla
Serenissima Regina di Ungheria», Beatrice d'Aragona, andata sposa a
Mattia Cervino e da questi, in seguito, ripudiata; «Memoriale
sulla vita cortigiana»; due lettere (una al Duca di Calabria,
l'altra al Duca di S. Angelo) contenenti utili insegnamenti
sull'arte della guerra; numerose rime inserite nella raccolta del
Giulita, stampata nel 1576. Per i suoi meriti letterari fu
Accademico Pontaniano.
Il
testo originale dei memoriali è conservato nella Società di Storia
Patria. Fin dal '500 le sue opere furono divulgate o in latino o in un
rifacimento italiano. Questi,
in breve, il primo Conte di Maddaloni e Barone di Formicola
definito dal Ceci « uno dei tipi più completi del signore italiano
del periodo del Rinascimento».
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Francesco
II Carafa
Nel 1710
la baronia di Formicola andò a Francesco II Carafa principe di
Colubrano , figlio di Domenico I, il quale nei primi tempi visse a
Formicola, poi si trasferì a Napoli nel palazzo di Nido, che riportò
agli antichi splendori.
Nel 1724
sposò Faustina Pignatelli, duchessa di Tolve. Lui già apprezzato
letterato, lei dama di vasta e proficua cultura (intratteneva
corrispondenza
con Newton): ben presto il Palazzo divenne ritrovo di scienziati e
poeti.
Dopo
qualche anno di matrimonio, si trasferirono a Formicola. Ampliarono
ed abbellirono con affreschi, il palazzo baronale e trasformarono
un'ala dello stesso, migliorandola, in teatro per uso del popolo.
Nel 1728,
dopo 80 anni dall'efferato delitto perpetrato dalla plebe aizzata da
Masaniello, recuperò la testa di Giuseppe Carafa, che gli era stata
staccata dal busto ed era rimasta esposta al pubblico ludibrio con
un cartello su cui era scritto: «Questo è Don Peppe Carafa ribelle
della patria e traditore del fedelissimo popolo» (3), e le diede
degna sepoltura nella Chiesa dello Spirito Santo (la lapide della
tomba si trova entrando a sinistra).
Ma
il motivo per cui il nome di Francesco II resta legato alla storia
è da ricercarsi nella istituzione in Formicola di una sezione
dell'Arcadia, fondata nell'agosto 1728, a cui aderirono numerosi
poeti, che svolse fervide attività. Questa accademia arcadica si
chiamò Caprario, dal monte sulle cui pendici si riunivano ed è
esattamente quello che oggi si definisce Monte di Croce (o Razzano).
Francesco ne fu il capo, con lo pseudonimo di Idasio, la consorte
fu Faustina del Caprario. Tra i numerosi poeti citiamo solo Marco
Antonio Melchiori (pseudonimo Alcone), perché formicolano.
Intensa,
dicevamo, fu l'attività dell'Accademia, di cui restano tre
pubblicazioni: «II Caprario, Accademia di alcuni rimatori, che nel
medesimo monte si radunavano - Dedicato alla gloriosa radunanza di
Arcadia da Francesco Carafa, Principe di Colubrano, detto tra gli
arcadi Idasio», Napoli, 1729; «Rime varie di Francesco Carafa,
Principe di Colubrano, composte nella sua solitaria dimora nel
monte Caprario della baronia di Formicola - divise in cinque libri
», Firenze, 1730; « II Caprario -Accademia di diversi rimatori che
nel medesimo monte si radunarono -dedicato all'inclita e famosissima
radunanza di Arcadia da Francesco Carafa, Principe di Colubrano».
Francesco
II mori nel 1746, dopo aver fatto rivivere alla baronia ed alla
casata i fasti di Diomede I.
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Roberta
Carafa
Secondogenita
di Antonio Carafa, principe di Stigliano e di Ippolita de Capua dei
conti di Altavilla, nacque a Napoli nel 1510. Sposò Diomede III,
allora conte di Ceretto poi duca di Maddaloni e barone di Formicola,
che in seguito sarà nominato viceré di Sicilia.
Roberta
si stabili definitivamente nel suo palazzo di Formicola dopo la
morte di Diomede (1560) e fu talmente munifica da avere considerevoli
conseguenze nella vita stessa e nei successivi avvenimenti storici
del feudo.
Ci
limiteremo ad elencare le opere che fece realizzare nella baronia.
Nel
1571 fece edificare, interamente a sue spese, la Chiesa dello
Spirito
Santo - quella aperta attualmente al culto fu costruita nel 1760,
sul posto dove si ergeva quella più piccola, voluta da Roberta e
ormai insufficiente a soddisfare le esigenze della popolazione.
Della nuova si occupò l'abate Pascasio Anicio e fu arricchita di
una tela, coprente l'intero soffìtto, dipinta da Gerolamo Starace,
riproducente S. Guglielmo da Vercelli che riceve la regola
dell'ordine da S. Benedetto. Attualmente detta tela è in vergognoso
stato di abbandono, avvolta e relegata in terra nella Sacrestia.
Difficile appare recuperarla se non si interverrà immediatamente.
Subito
dopo provvide a far costruire un monastero attiguo alla Chiesa. In
tale periodo era priore della comunità monastica dei Verginiani
Giovanni Luigi de Ysa di Capua . Roberta, inoltre, nel 1577
donava al monastero un capitale di 500 ducati e 40 ducati annui,
mentre nel 1581 faceva costruire a sue spese tutti gli arredi in
legno che occorrevano al monastero.
Qualche
anno più tardi fece piantare un olivete sulla collina del Monte
Rageto che divideva la baronia dai territori di Capua, sulla cui
sommità vi era un monastero, denominato S. Maria di Gerusalemme, tenuto
dai monaci dell'ordine dei Serviti e nel 1585 lo donò a questa comunità,
alla quale donò anche 230 moggi di terreno agricolo, situato lungo
la riva destra del Volturno al confine della baronia.
La
munificenza di Roberta, quando risiedeva a Napoli vivente Diomede
III, aveva interessato anche la capitale del Regno, ove, tra
l'altro, aveva fondato un collegio dei Gesuiti, primo in tutto il
reame.
In
Formicola, poi, aiutava tutti i bisognosi (tutti i poveri che capitavano
di lunedì, mercoledì e sabato al monastero di S. Maria di Gerusalemme
ricevevano pane, vino e pietanze; due doti di 18 ducati l'una venivano
sorteggiate il 15 aprile di ogni anno tra le giovani più povere ed
oneste della zona) o direttamente o tramite la comunità dei
Verginiani.
Roberta
mori verso la fine del 1500 dopo aver avviato Formicola, dove fu
particolarmente ammirata e compianta, a divenire uno dei migliori
feudi che i Carata avessero mai avuto.
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Monsignor
Michele Fusco
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Parlare
dell'Arciprete Fusco (cosi era da tutti chiamato e cosi tutti lo
chiamano ancora oggi quando, di frequente, il discorso cade su
di lui) non è ne facile ne grato compito considerata la vastità
delle azioni e la mole della sua cultura avendo egli segnato
un'epoca della storia formicolana (68 anni di fervido
apostolato, due guerre mondiali, lo spaventoso terremoto del
1930, poliedrica attività culturale a livello internazionale),
che non si può riassumere in una nota bibliografica.
|
D'altro
canto il provarvici, come noi faremo, è reso ancora più
difficoltoso perché, a distanza di quasi venti anni dalla sua
morte, ancora la nostra comunità risente della sua personalità
e i ricordi paiono a tutti ancora come azioni di oggi.«Sed lex»,
noi lo proponiamo cosi: Parroco, Patriota, Umanista. Mons.
Fusco-Parroco Consacrato sacerdote a Roma, dopo aver conseguito
più lauree pontificie, fin dal 1899 si propose in Formicola un
vasto programma di pluriforme attività. Primo suo proposito fu
quello di incrementare il Culto Eucaristico. Formò
l'Associazione Figlie del Cuore di Gesù e istituì l'Opera
Propagazione della Fede, incoraggiata ed encomiata dal Dicastero
di Propaganda Fede. Scopri e secondò le Vocazioni
Ecclesia-stiche, anche con sacrifici economici, facendo giungere
al sacerdozio 13 giovani. Valorizzò la parrocchia anche dal
lato economico. Infatti, avendo il Consiglio d'Amministrazione
del Fondo per il Culto respinta ripetuta-mente la istanza
richiedente il supplemento di congrua parrocchiale, l'Arciprete
lo citò dinanzi al tribunale di S. Maria C.V. donde la lite
prosegui per la Corte di Appello di Napoli e per la Cassazione
fino alle Sezioni Unite, finché la Corte di Appello di Roma, in
grado di rinvio, in data 13 giugno 1913, accolse tutte le
richieste del Parroco Fusco, prospettate anche con memorie e
stampa, da lui redatte. La lite, durata otto anni, sancì delle
massime giuridiche, di cui si giovarono molti altri Parroci
d'Italia e fruttò un adeguato reddito alla parrocchia. Dopo il
disastroso terremoto del 1930, dal Vaticano, tramite l'ingegnere
Pontificio Mons. Chiappetta, ottenne gli immediati restauri
della parrocchia e la edificazione della Casa Canonica. In
seguito egli fece costruire le Cappelle laterali del Tempio di
S. Cristina, ne rinnovò la facciata, pavimentò l'interno e
l'esterno della Chiesa, fece rifondere la campana gravemente
avariata. Nell'immediato dopoguerra, quale Presidente
dell'associazione diocesana della Federazione del Clero,
raccolte le adesioni di molte altre diocesi, provocò la revoca
del famoso decreto del Ministero Sacchi, lesivo dei diritti
parrocchiali, circa le spese del culto. Il suo apostolato di
Parroco si fece notare anche nel campo educativo: riuscì, dopo
un decennio di insistenze, a procurare all'Asilo Infantile
l'assistenza delle Suore del Patrocinio di S. Giuseppe e, per
due anni, fece funzionare un Ginnasio privato, per la
continuazione degli studi interrotti da giovani impossibilitati,
a causa degli eventi bellici, a raggiungere i centri urbani. In
definitiva il Parroco Fusco lo si può definire «temperamento
squisitamente buono e fornito di commoventi doti di generosità,
si è dedicato silenziosamente ai sublimi ideali della carità,
soccorrendo i bisognosi, confortando gli sventurati,
consigliando opportunamente, componendo divergenze, proteggendo
il debole, riportando la pace e la tranquillità nelle
famiglie». Mons. Fusco-Patriota Scoppiata la guerra 1915/18,
tenne nelle tredici parrocchie del mandamento di Formicola
l'assistenza civile delle famiglie dei militari, profondendo,
anche con periodiche conferenze in piazza, tutte le sue
giovanili energie per la resistenza morale del popolo e per il
conforto anche economico delle madri e delle mogli trepidanti.
La sua opera in questo periodo gli meritò l'encomio e la
riconoscenza del senatore Paolo Boselli. Presidente
dell'Assistenza e Resistenza Nazionale. Bombardata Napoli da
aerei austriaci, egli lanciò un appello ai Parroci d'Italia per
la raccolta delle offerte, da destinarsi alla costruzione di
aerei per la difesa della città. Nella qualità di Presidente
dell'associazione del Clero Diocesano avanzò una proposta,
accolta ed eseguita dal Presidente Nazionale dell'associazione,
il Cardinale Pietro Moffi, perché fosse rivolta al Clero di
Francia un appello, invitandolo a cooperare per la restituzione
di Fiume all'Italia. L'Arcivescovo di Parigi, Cardinale Amette,
mise in attuazione la proposta del Fusco. Finita la guerra, si
fece promotore della edificazione di una Cappella Votiva
dedicata ai settantotto caduti appartenenti ai Comuni di
Formicola, Pontelatone, Liberi e Castel di Sasso. Alla cerimonia
della inaugurazione, 6 novembre 1921, il Generale Aibricci
conferì le medaglie al valore militare alla memoria di Oscar
Melchiori, M. Ugo Melchiori, Antonio Di Giovannantonio (formicolani)
e di Nicola Fresa da Castel di Sasso. (1) Mons.
Fusco scrisse dei versi che dovevano essere scolpiti nel marmo,
di cui trascriviamo la versione effettuata dal dott. Carlo
Giuliano:
"> Parlare
dell'Arciprete Fusco (cosi era da tutti chiamato e cosi tutti lo
chiamano ancora oggi quando, di frequente, il discorso cade su
di lui) non è ne facile ne grato compito considerata la vastità
delle azioni e la mole della sua cultura avendo egli segnato
un'epoca della storia formicolana (68 anni di fervido
apostolato, due guerre mondiali, lo spaventoso terremoto del
1930, poliedrica attività culturale a livello internazionale),
che non si può riassumere in una nota bibliografica. D'altro
canto il provarvici, come noi faremo, è reso ancora più
difficoltoso perché, a distanza di quasi venti anni dalla sua
morte, ancora la nostra comunità risente della sua personalità
e i ricordi paiono a tutti ancora come azioni di oggi.«Sed lex»,
noi lo proponiamo cosi: Parroco, Patriota, Umanista. Mons.
Fusco-Parroco Consacrato sacerdote a Roma, dopo aver conseguito
più lauree pontificie, fin dal 1899 si propose in Formicola un
vasto programma di pluriforme attività. Primo suo proposito fu
quello di incrementare il Culto Eucaristico. Formò
l'Associazione Figlie del Cuore di Gesù e istituì l'Opera
Propagazione della Fede, incoraggiata ed encomiata dal Dicastero
di Propaganda Fede. Scopri e secondò le Vocazioni
Ecclesia-stiche, anche con sacrifici economici, facendo giungere
al sacerdozio 13 giovani. Valorizzò la parrocchia anche dal
lato economico. Infatti, avendo il Consiglio d'Amministrazione
del Fondo per il Culto respinta ripetuta-mente la istanza
richiedente il supplemento di congrua parrocchiale, l'Arciprete
lo citò dinanzi al tribunale di S. Maria C.V. donde la lite
prosegui per la Corte di Appello di Napoli e per la Cassazione
fino alle Sezioni Unite, finché la Corte di Appello di Roma, in
grado di rinvio, in data 13 giugno 1913, accolse tutte le
richieste del Parroco Fusco, prospettate anche con memorie e
stampa, da lui redatte. La lite, durata otto anni, sancì delle
massime giuridiche, di cui si giovarono molti altri Parroci
d'Italia e fruttò un adeguato reddito alla parrocchia. Dopo il
disastroso terremoto del 1930, dal Vaticano, tramite l'ingegnere
Pontificio Mons. Chiappetta, ottenne gli immediati restauri
della parrocchia e la edificazione della Casa Canonica. In
seguito egli fece costruire le Cappelle laterali del Tempio di
S. Cristina, ne rinnovò la facciata, pavimentò l'interno e
l'esterno della Chiesa, fece rifondere la campana gravemente
avariata. Nell'immediato dopoguerra, quale Presidente
dell'associazione diocesana della Federazione del Clero,
raccolte le adesioni di molte altre diocesi, provocò la revoca
del famoso decreto del Ministero Sacchi, lesivo dei diritti
parrocchiali, circa le spese del culto. Il suo apostolato di
Parroco si fece notare anche nel campo educativo: riuscì, dopo
un decennio di insistenze, a procurare all'Asilo Infantile
l'assistenza delle Suore del Patrocinio di S. Giuseppe e, per
due anni, fece funzionare un Ginnasio privato, per la
continuazione degli studi interrotti da giovani impossibilitati,
a causa degli eventi bellici, a raggiungere i centri urbani. In
definitiva il Parroco Fusco lo si può definire «temperamento
squisitamente buono e fornito di commoventi doti di generosità,
si è dedicato silenziosamente ai sublimi ideali della carità,
soccorrendo i bisognosi, confortando gli sventurati,
consigliando opportunamente, componendo divergenze, proteggendo
il debole, riportando la pace e la tranquillità nelle
famiglie». Mons. Fusco-Patriota Scoppiata la guerra 1915/18,
tenne nelle tredici parrocchie del mandamento di Formicola
l'assistenza civile delle famiglie dei militari, profondendo,
anche con periodiche conferenze in piazza, tutte le sue
giovanili energie per la resistenza morale del popolo e per il
conforto anche economico delle madri e delle mogli trepidanti.
La sua opera in questo periodo gli meritò l'encomio e la
riconoscenza del senatore Paolo Boselli. Presidente
dell'Assistenza e Resistenza Nazionale. Bombardata Napoli da
aerei austriaci, egli lanciò un appello ai Parroci d'Italia per
la raccolta delle offerte, da destinarsi alla costruzione di
aerei per la difesa della città. Nella qualità di Presidente
dell'associazione del Clero Diocesano avanzò una proposta,
accolta ed eseguita dal Presidente Nazionale dell'associazione,
il Cardinale Pietro Moffi, perché fosse rivolta al Clero di
Francia un appello, invitandolo a cooperare per la restituzione
di Fiume all'Italia. L'Arcivescovo di Parigi, Cardinale Amette,
mise in attuazione la proposta del Fusco. Finita la guerra, si
fece promotore della edificazione di una Cappella Votiva
dedicata ai settantotto caduti appartenenti ai Comuni di
Formicola, Pontelatone, Liberi e Castel di Sasso. Alla cerimonia
della inaugurazione, 6 novembre 1921, il Generale Aibricci
conferì le medaglie al valore militare alla memoria di Oscar
Melchiori, M. Ugo Melchiori, Antonio Di Giovannantonio (formicolani)
e di Nicola Fresa da Castel di Sasso.
Mons.
Fusco-Umanista Nel campo culturale, il nome dell'Arciprete Fusco
ha acquistato fama internazionale per i suoi studi umanistici,
che lo hanno portato, tra le altre cose che andremo a dire, ad
effettuare interessanti scoperte archeo-logiche in riferimento
alla antica Trebula Baliniensis. Infatti egli è stato l'esumatore
di questa sepolta città di cui scopri e descrisse le mura
poligonali del VI sec. a.C., istituendo in Formicola un piccolo
Museo: vasi imgrentarii, patere, dolii, armille, lycni, statere,
coltelli, anfore, vasi italo-greci, pietre epigrafate, utensili
romani e sannitici e due mucroni di lancia rinvenuti in due
tombe di militari, uno Romano e l'altro Cartaginese. Essi
completano l'affermazione di Tito Livio (Ab urbe condita, lib.
23, cap. 39) relativamente alla vittoriosa battaglia di Fabio
Massimo contro il presidio di Annibale sull'Aeropoli Trebulana,
dopo la sconfitta di Canne. Dai citati mucroni apprendiamo
l'ubicazione della battaglia e la diversa specie di armi,
adoperata dalle schiere belligeranti. Assai preziosa risultava
la collezione di numismatica composta di monete imperiali e dei
Magistrati Monetari (il tutto fu rubato diversi anni or sono).
L'Arciprete tenne discussioni di numismatica con il Re Vittorio
Emanuele III nel corso di una lunga udienza privata. Su proposta
della classe di Storia, Archeologia e Filologia, l'Assemblea
plenaria dell'Accademia Pontaniana, relatore il prof. Maiuri, a
voti unanimi lo elesse Socio corrispondente. Il 20 luglio 1938,
invitato a commemorare il Pontefice Leone XIII, per il
trentacinquesimo della morte, l'Arciprete Fusco lesse, commentò
e distribuì, nella Sala Borromini, una saffica latina composta
per l'occasione. Il 21 aprile 1942 fu relatore al Congresso
Nazionale di Lingua Latina presso l'Istituto di Studi Romani,
con la dissertazione, poi stampata e diffusa anche all'estero,
«Perché non s'impara bene il latino! » Fu revisore, per la
parte prosodica, per conto dello stesso Istituto, del Dizionario
Latino. Il 27 aprile 1957 fu premiato in Campidoglio quale
vincitore del concorso internazionale di poesia latina
denominato « Certamen Capito-linum» con l'interessante
monografia «Joannes Ciudad virique ex eius instituto clarissimi».
Il 2 aprile 1959, in occasione del Congresso Mondiale del
Bimillenario di Cicerone, su invito del Presidente, on. Giulio
Andreotti, compose e lesse nell'Auditorium della C.I.D.A. un'Acroasis
storico-critico, che fu inserita negli atti ufficiali del
congresso, (voi. I, p. 726) Fu eccezionale epigrafista latino,
fra tutti citiamo i suoi distici relativi a Dante Alighieri ed
al Bimillenario Ovidiano, esposti nell'Aula Magna della Società
di Storia Patria di Caserta e del Seminario Dantesco; quello
trascritto su pergamena ed offerto al Pontefice Paolo VI,
com-missionatogli dal Provveditore agli Studi di Caserta, a nome
dei Presidi, dei Professori e delle scolaresche della Provincia.
Ma la più grande soddisfazione gli derivò dalla solenne
Accademia, conclusiva delle feste cen-tenarie della venuta di S.
Paolo a Roma, celebrate il 18 gennaio 1962 nell'Auditorium Pium,
dove una epigrafe dell'Arciprete Fusco in distici, riprodotta in
grandissime proporzioni col suo nome in calce, spiccava
nell'abside dell'immensa aula. Collaborò, tra le altre, con le
riviste Vox Urbis, Alma Roma, Parva Favilla, Musa Perennis,
Latina Lingua, dio e alla Enciclopedia Treccani. Di lui si
interessarono Tarozzi, Baccelli, Sofia Alessio, Cocchia,
Cherbaker, Ramonio, Zenone, Arnaldi, Caldi, Terzaghi, Fighi,
Pigati, Morabito, Maiuri, Corsanego, Cecchelli, Toffanin,
Arangio-Ruiz, Funaiolu, De Grassi, Mustilli, il Pontefice Pio
XII (del quale fu compagno di scuola) ed il classico Papa
umanista Leone XIII che, lo decorò medaglia d'argento quando,
giovanissimo, consegui il diploma di dottore in Alta Letteratura
Latina presso l'Istituto Leoniano. Sempre in tema di
benemerenze, bisogna sottolineare che l'Arciprete Fusco fu
insignito di: medaglia d'oro al Merito della Cultura dal
Presidente della Repubblica; medaglia d'oro quale vincitore del
premio nazionale «Caserta»; medaglia d'oro del Pontificio
Comitato Romano in occasione delle citate feste centenarie della
venuta a Roma di S. Paolo. Fu membro dell'Accademia Pontaniana,
dell'Accademia Properziana, dell'Accademia Cosentina; socio
della Unione Internazionale Poeti e Scrittori Cattolici; socio
corrispondente in lingua latina nei congressi dei latinisti di
Avignone e di Lione; socio fondatore della Società dì Storia
Patria di Caserta; Ispettore onorario delle Antichità, ai Monumenti
e alle Gallerie; Ispettore Bibliografico onorario. Consegui la
laurea in teologia presso la Pontificia Università di S.
Apollinare, in Filosofia presso l'Accademia di S. Tommaso ed il
Baccellierato in Utroque jure. Infine da segnalare che fu
insignito degli uffici di Vicario Foraneo, di Esaminatore Prosìnodale,
di Giudice del Tribunale Diocesano, mentre il Sommo Pontefice lo
titolò suo Prelato Domestico. Al di là di tutti i meriti
culturali, di tutti i titoli accademici, di tutte le
onorificenze ricevute. Michele Fusco restò sempre per i
formicolani l'Arciprete, l'umile prelato di campagna a cui tutti
potevano rivolgersi, consapevoli di ricevere conforto ed aiuto.
Infatti egli intese l'espletamento dell'apostolato sacerdotale
come abnegazione totale a vantaggio dei fedeli e dei bisognosi.
Quanti, tramite lui, ebbero la possibilità di trovare lavoro o
sollievo economico? Non ci dilungheremo oltre, diremo soltanto
che, «Vox populi vox dei», mori nella più totale povertà:
aveva settemila lire in tasca (e niente in nessun altro luogo) e
tredicimila lire di debito presso una bottega alimentare.
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Ottavio
Morisani
(di Tobia e
di Giuseppina Marra,
nato a Formicola il 14.7.1835
morto a
Napoli i 26.1.1914)
Laureatosi
a Napoli nel 1855, dopo avere in un primo tempo praticato la
chirurgia, si dedicò all'ostetricia e alla ginecologia; libero
docente nel 1869, ebbe la cattedra a Napoli nel 1874 di Ostetricia e
Ginecologia e vi fondò gli «Annali» e l'Archivio. Fu nominato
senatore del Regno nel 1890. |
Nella
fantasia degli abitanti del tempo di Formicola, buoni e laboriosi ma
con un basso livello culturale, Ottavio rimase come colui che aveva
salvato da morte per parto la Regina Elena di Savoia, ignorando essi
gli eccelsi livelli scientifici raggiunti dal nostro conterraneo. E la
cosa che stupisce ancor più è che ancora oggi dalla stragrande
maggioranza dei cittadini è ricordato per lo stesso motivo,
dimostrazione di quanto sia valida la tradizione orale e di come resti
radicata negli animi. È ovvio che l'aver assistito nel parto la
Regina d'Italia sta a significare la fama che circondava già il nome
del ginecologo Morisani. E subito a fianco di questo, un altro
episodio viene rievocato. Al capezzale della Regina Elena si
trovavano i migliori professori dell'epoca, i quali non avevano ancora
deciso il tipo di assistenza da offrire alla partoriente. Quando entrò,
l'atteso Morisani fu accolto da un sorriso di scherno, quasi,
sollevato dal constatare la sua bassa statura. Ottavio non si
scompose, ma beffardo affermò: «I cavalli di razza non si misurano
per l'altezza».
In
verità questo episodio accadde realmente, non in quei termini, quando
il Morisani fu nominato chirurgo della Regia Marina. Infatti egli era
affetto da microsomia (era un nano, in altre parole) ma non se ne fece
mai un dramma e non fu l'unico caso nella sua famiglia. Di
lui si occuparono, con vignette umoristiche — che stanno ad indicare
l'alto livello di popolarità raggiunto e l'attenzione del mondo sociale
sul suo operato — i quotidiani ed i periodici dell'epoca,
ispirandosi a fatti di cronaca che lo videro protagonista. Ad esempio
si racconta che, recatesi a Parigi per un convegno mondiale quale
oratore ufficiale, essendo giunto il momento del suo intervento,
annunciato ai numerosissimi convenuti, non si presentava sul palco.
Immediatamente rintracciato, fu rinvenuto dormiente in un cassetto di
un armadio della biblioteca, affermò: «È un bene essere piccoli,
ci si può riposare ovunque».
Nella
sua famiglia si tramanda, poi, il motivo per cui si fece crescere la
barba. Era, come abbiamo detto, affetto da nanismo ma di cosi ben
fatte forme, non avendo tra l'altro nessun tipo di anomalia, che
attirava l'attenzione delle signore, le quali, convinte di avere a che
fare con un bambino, lo accarezzavano e lo stringevano al seno. Allora
Ottavio, che si turbava fisicamente, per evitare l'accadere di
incresciosi episodi, pensò bene di avvisare le dame di essere un uomo
fatto: facendosi crescere la barba.
Un
aneddoto particolarmente interessante è quello che riguarda le sue
nozze. Egli fu chiamato in Grecia ove una nobildonna ateniese presentava
gravi difficoltà per il parto. Giunto nei pressi del palazzo di questa
nobile famiglia, non poco dovette faticare per farsi largo tra la
folla e per superare il cordone organizzato dalla forza pubblica. «Si
tolga di mezzo, non intralci: stiamo aspettando il prof. Ottavio
Morisani». Come Dio volle riuscì a far comprendere — parlava
perfettamente sette lingue — ottenuta la parola, di essere lui
Ottavio Morisani. Portato di fronte alla partoriente, questa,
vedendolo cosi piccolo, scoppiò in una risata isterica che le permise
di avere le spinte diaframmali necessarie al parto. «Ero venuto qui
per farvi partorire — disse Morisani — e l' ho fatto. Aspetto il
giusto compenso per questo mio intervento». Gli fu chiesto di
chiedere qualsiasi cosa e lui lo fece. «Chiedo la mano di vostra
figlia», precisò Ottavio, avendo saputo che una bellissima ragazza
vista in casa era figlia di quei nobili greci. Dopo un anno circa di
dinieghi da parte della giovane, finalmente Zoe Karamazov divenne sua
moglie: era alta circa un metro e ottanta!
Infine
da segnalare un altro episodio che lo vide sancire una massima di
particolare efficacia.
Fu chiamato al capezzale di una ricca partoriente, la quale, quando lo
vide entrare, rimase stupefatta ed esclamò, indispettita: «Ma come
può aiutarmi, cosi piccolo, a partorire: non ha la forza! » Ottavio
la guardò con scherno e rispose: «Se cosi fosse, il più forte
scaricatore di porto sarebbe il più grande ostetrico! »
Ancora oggi particolarmente avvertita è la stima di quello che è stato
uno dei più grandi ginecologi del mondo. Infatti, presso l'Università
agli Studi di Napoli il reparto di ostetricia e ginecologia è a lui
intestato e presso l'archivio della Scuola di ostetricia sono
conservati, come reliquie, i suoi minuscoli occhiali, il camice, il
bastone e la scaletta che usava per arrivare all'altezza del lettino
operatorio. Oltre, ovviamente, ai ferri ostetrici che creò per poter
attuare la sinfisiotomia.
Di
lui restano numerosi trattati scientifici, tra i quali segnaliamo:
Dei
restringimenti del bacino (1863);
Del parto naturale e contro natura
(1864);
Della retroversione dell'utero (1867);
La forza nei parti
(1873);
Manuale
delle esperienze ostetriche (1878);
Sui fibromi della cavità uterina
(1879);
Manuale di ostetricia (1883);
Sulla sinfisiotomia (1883);
La
ostetricia in quadri sinottici (1885).
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Vincenzo
de Pisa
Una strada del centro storico della nativa Formicola ne tramanda il
ricordo per desiderio di un discendente che, avendo ceduto
gratuitamente al Comune il suolo per la realizzazione di una via di
collegamento, formulò la pretesa in memoria dell’antenato che era
stato costretto ad abbandonare la Patria, scomparendo, poi, nel
mistero; a Nauplìa, invece, il suo nome è inciso sul monumento
dedicato alla memoria dei 266 filelleni di ogni Paese che avevano
combattuto per l’indipendenza greca e tra questi, appunto, Vincenzo
Pisa, uno dei quattro campani del gruppo di cui facevano parte 44
italiani.
Fino a cinquant’anni fa in molti si interrogavano, senza risposta,
su Vincenzo de Pisa (o d’Apisa, come risulta nel registro dei
battezzati della parrocchia di Formicola in data 25 novembre 1779, o
Pisa, come egli preferì semplificare la propria identità
anagrafica).
Poi la ricerca dello studioso Antonio Lucarelli di Acquaviva delle
Fonti che stava lavorando al quarto volume della sua pregevole opera
«La Puglia nel Risorgimento»; quindi l’approfondimento del
compianto Gaetano Fusco, formicolese «doc», eminente studioso e
segretario generale della Società di Storia Patria di Terra di
Lavoro, che tracciava un compiuto profilo di Vincenzo Pisa per la
rivista «Samnium», diretta e fondata dallo storico Alfredo Zazo,
pubblicandone un estratto nel 1951 dal titolo «Un obliato
protagonista del Risorgimento».
E già, perché Vincenzo Pisa, figlio del dottore in «utroque iure»
Angelo e della nobildonna Francesca Vanni, brillante ufficiale
dell’esercito borbonico, nel 1818 a Foggia col grado di maggiore nel
reggimento «Cavalleria Re», fu tra i propugnatori degli ideali
liberali, che propugnavano una monarchia costituzionale, ben presto
coinvolto nei moti del 1820-1821, scoppiati a Nola con i sottotenenti
Michele Morelli e Giuseppe Silvati.
Esule in Spagna con Guglielmo Pepe, dopo un avventuroso passaggio in
Portogallo, sempre col Pepe?, riparò in Inghilterra operando da lì
per la causa dell’indipendenza e della libertà d’Italia. Per un
anno intero, il 1821 ed il 1822, più volte da Londra si portò in
Francia per contattare La Fayotte, che era l’anima del movimento
liberale di quel Paese.
Definito dai servizi segreti uno dei più pericolosi rivoluzionari del
Regno delle Due Sicilie, fu escluso dall’indulto del 28 settembre
1822, condannato a morte in contumacia il 21 aprile 1823 dalla Gran
Corte Speciale di Napoli con la dichiarazione di «pubblico nemico»
classificato tra i «rei di terza classe» ai quali era preclusa ogni
possibilità di ritorno in Patria ( come il Pepe), lottò nella «Legion
Liberal Estrangera» di Spagna contro le truppe reazionarie francesi
dopo due anni di carcere duro in terra iberica, fu instradato per
l’Inghilterra dove andò ad animare il «Comitato rivoluzionario»
per tener desta la fiaccola ideale della libertà in Italia e per
soccorrere la Grecia invasa dai Turchi.
Ed alla Grecia offrì la sua spada conquistando sul campo i gradi di
colonnello e, quindi, di generale al comando della Messeria con le
fortezze di Navarrino e di Modone, conquistando la stima
incondizionata dell’intero popolo greco. Invano e più volte supplicò
la grazia del rientro in Patria. A nulla valsero le credenziali del
governo greco. Oramai era bollato a vita.
L’ultima amarezza nel 1839, oramai anziano ed ammalato. Un velo di
mistero sulla sua morte avvenuta verso il 1841. Certamente quella di
Vincenzo Pisa è una di quelle figure emblematiche del Risorgimento da
leggere con maggiore attenzione per quel contributo positivo che potrà
derivare all’approfondimento di pagine del vissuto dei figli
migliori della nostra terra che dalla storia non hanno avuto soverchia
giustizia.
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Gennaro
Cantiello
(di
Giovanni e di Marietta Petruccelli, nato a Formicola il 16.6.1938,
morto ad Alessandria il 10.5.1974)
Medaglia
d'oro al valor militare alla memoria
Brigadiere degli agenti di custodia, catturato tra gli
ostaggi presi da detenuti armati di rivoltella, nonostante avesse le
mani legate, raccoglieva da terra il medico del reclusorio ferito a
morte e incurante del fuoco dei criminali lo trasportava a portata
del personale non coinvolto che provvedeva a soccorrerlo e ad inviarlo
in ospedale.
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Rientrava poi volontariamente tra gli ostaggi per
evitare che i ribelli mettessero in atto la minaccia di fare altre
vittime se il sottufficiale non fosse tornato indietro. Nel
drammatico epilogo della vicenda perdeva la vita. Fulgido esempio di
alto senso del dovere e di consapevole sprezzo del pericolo.»
Mentre
il sindaco di Formicola, Carlo Santarcangelo, dava lettura della
motivazione relativa all'altissima onorificenza alla memoria di
Gennaro Cantiello, pubblicata sulla G.U. n° 109 del 24 aprile 1975
che rendeva esecutivo il D.P.R. dell'11 novembre 1974, sulla Piazza
Torre, gremita fino all'inverosimile, scendeva una palpabile cappa di
commozione e un fremito di sdegno invadeva le coscienze democratiche
dei presenti ai cui occhi si riproponeva l'efferato eccidio
consumato nelle carceri di Alessandria nel lontano, ma ancora vivo,
10 maggio 1974.
Nel
frattempo che il sindaco Santarcangelo ripercorreva le tappe della
vita di Cantiello, gli occhi degli astanti e delle numerose autorità
convenute si posavano sui familiari della medaglia d'oro al valor
militare, i quali esemplarmente composti trasudavano dal loro
atteggiamento di dolore tutto il dramma che avevano vissuto e
continuavano a vivere.
Nel
corso dell'orazione funebre il sindaco di Formicola ha posto l'accento
sulla necessità di recuperare la « cellula famiglia» la cui unità
e moralità risulta alla base della salvaguardia dei valori umani e di
libertà.
L'on.
Ventre ha ribadito che «ben si consideri la pena come mezzo di
redenzione: ma non si dimentichi il dovere innanzitutto morale di
tutelare
al massimo la dignità e purtroppo anche la vita proprio di quanti, ad
ogni livello di responsabilità (potere giudiziario e potere
esecutivo) hanno il compito seducente, forse, ma impegnativo,
delicato e difficile di dare questo nuovo senso alla condanna e alla
pena». E nel considerare il senso di queste affermazioni una certa
amarezza ha invaso i presenti nel constatare l'assenza dei vertici del
competente Ministero, mentre lo Stato era rappresentato dal prefetto
di Caserta, dott. Mastroiacovo.
Una
considerazione, banale se si vuole ma quanto mai vera, si leva ogni
volta che un tutore dell'ordine, a qualunque livello e grado, viene
colpito dalla barbara ferocia umana o dai destabilizzatori della
democrazia o dai criminali comuni: « Ma sono sempre i cittadini del
Sud a pagare l'olocausto di sangue alla Patria?»
E
come potrebbe essere diversamente se si pensa che la vita militare è
una delle poche strade rimaste al Sud per combattere la disoccupazione
e che quindi viene intrapresa, soprattutto nei bassi vertici e quindi
anche nei più rischiosi per il costante contatto con la «strada» o
con i reclusi, come nel caso di Gennaro Cantiello, da tutti quei
giovani che Non vogliono emigrare e che non cedono alla lusinga di
un facile guadagno, che ben sappiamo come si potrebbe totalizzare.
La
questione meridionale non è fatta solo di depauperamento di forza
lavoro (emigrazione), di pochezza delle strutture pubbliche, di «
area scolastica » intesa come « area di parcheggio » — che poi
tra le tre classiche strade indicate per la soluzione della questione
noi restiamo del parere che quella culturale sia la più logica e
possibile —, di presenza-assenza dello Stato ai vari livelli, di
camorra - 'ndrangheta e mafia, ma anche di una schiera di eroi che dal
1820 ad oggi, e per sempre, si è battuta, e si batterà, per la
salvaguardia dei diritti della libertà e della dignità umana, con
umiltà, silenziosamente e tenacemente, degni figli di questo Sud che
è povero solo di risorse economiche ma non di Spirito e di Azione. Gennaro,
giovane calmo, sereno, educato, rispettoso, attaccato al dovere, lo ha
riproposto, questo aspetto del Meridione, con l'immolarsi sull'Altare
della Patria.
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Gaetano
Lamberti
(di
Giovanni e Maria Cappella,
nato a Formicola il 31.1.1907.
morto a
Lucca il 4.9.1944)
«
Gaetano Lamberti, appuntato della Guardia di Finanza, proveniva da
una famiglia numerosa — sette fratelli — ove aveva imparato che
con l'onestà e il sacrificio si superano anche i momenti più
difficili. L'esempio del padre, lavoratore instancabile, lo aveva
spinto lungo la strada della giustizia.
|
Questi sentimenti erano
rimasti sempre vivi in lui, anche quando, indossata la divisa
militare, dovette allontanarsi da Formicola, che oggi si vanta di
annoverarlo tra i suoi figli più nobili al pari di Vincenzo Pisa
— eroe del Risorgimento con Silvati e Morelli — e di Gennaro
Cantiello — medaglia d'oro al valor militare — caduto nella
strage del carcere di Alessandria. «Aderiva
volontariamente — si legge nella motivazione dell'assegnazione
della medaglia di bronzo al valor militare — al Movimento di
Liberazione Nazionale iscrivendosi in una squadra d'azione e
partecipava con entusiasmo alla lotta contro i tedeschi.
Dimostrando elevato senso di responsabilità e sprezzo del
pericolo, manteneva con fierezza il suo posto di combattimento,
benché soggetto ad intenso tiro di artiglieria, finché ferito
gravemente da una scheggia di granata, cadeva esanime. Bell'esempio
di elevata moralità e senso del dovere. » La
medaglia di bronzo alla memoria dell'appuntato Gaetano Lamberti
testimonia, là dove ve ne fosse il dubbio, che Formicola ha dato i
natali, seppure piccola, a uomini che hanno offerto il loro
contributo, anche di sangue, per rendere l'Italia libera e
democratica. Per
i cittadini questa rappresenta un'altra pagina di storia da iscriversi
ad esempio per le giovani e future generazioni. (1)
In
occasione del 40° anniversario della liberazione e dell'eccidio della
Certosa di Farneta, veniva scoperta in Lucca una lapide ed intestata
una strada a perpetuo ricordo di Gaetano Lamberti. In
quell'occasione una delegazione del Comune di Formicola, su
richiesta del sindaco di Lucca, prof. Mauro Favilla, presenziava
alla cerimonia.
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Stefano
Caputo
(di
Domenico e Pasqualina Simone
nato a Formicola il 10.4.1919)
«Prendeva
parte alla lotta partigiana in territorio straniero distinguendosi
per coraggio e alto spirito aggressivo. Porta
arma tiratore, nel corso di un durissimo combattimento, rimaneva
solo di propria iniziativa a fronteggiare con la sua arma un furioso
contrattacco nemico.
Resisteva sul posto per circa un'ora infliggendo
gravi perdite all'avversario, che era giunto sino a pochi metri
dalla sua arma.
|
Esaurite le munizioni riusciva a raggiungere il
proprio reparto, che nel frattempo si era sistemato a difesa su
altre posizioni». Cosi
si legge nella motivazione della Medaglia d'argento al Valore
Militare assegnata a Stefano Caputo 8.1.1968.
L'episodio
si riferisce alla battaglia di Spanske Njive (Jugoslavia) del
17.1.1945.
Stefano
Caputo, contadino, mani robuste e saldi principi morali, tornato a
Formicola non si atteggiò ad eroe, ma, novello Cincinnato, riprese
la vanga e le forbici da pota e via, di nuovo in campagna a spezzarsi
la schiena nei duri lavori dei campi. Il passato è solo un ricordo,
ora bisogna darsi da fare per guadagnare il necessario per portare
avanti la famiglia. Della guerra e delle sue azioni da partigiano
non una parola, neanche con i suoi più cari amici.
«Quando
nel 1968 — ci racconta l'Eroe — fui chiamato a Caserta da un
Colonnello dì cui non ricordo il nome, non volevo andarci. Che cosa
voleva da me l'esercito? Poi fui accompagnato, per forza, dai carabinieri
e mi fu detto che il Presidente della Repubblica mi aveva assegnato
la Medaglia d'argento al Valore Militare, che mi sarebbe stata consegnata
nel corso di una cerimonia».
Ma
la cerimonia non ci fu. Stefano, che continuava a meravigliarsi del
perché di tanto stupore per quello che lui aveva fatto, che era
solo il suo dovere di partigiano e di combattente, chiese ed ottenne
che la medaglia gli fosse consegnata nel chiuso di quelle pareti,
alla presenza, casuale, degli astanti. Il Colonnello gliela
consegnò. Da allora Stefano la tiene conservata ancora nella
custodia di plastica («è quella in cui me la diedero » ci dice
con un certo orgoglio) da cui la toglie il 4 novembre, allorquando
se l'appunta al petto per andare a rendere omaggio ai caduti della
Cappella Votiva sita nella Chiesa di S. Cristina. Senza clamore ha
vissuto questa «investitura» ad Eroe meravigliandosi che gli
altri si meravigliassero di quanto lui avesse fatto. Ora
che in Formicola è sorto un Circolo di Combattenti e Reduci,
Stefano ha detto di aver questa medaglia. Ma cosi, semplicemente,
senza vanagloria e l'ha fatta vedere, come l'ha fatta vedere a
noi, allo stesso modo di come si può far vedere un abito nuovo o
una fotografia di una persona cara. Niente
ostentazione, senza suonare la grancassa o dare fiato alle trombe. Ma
questa sua semplicità, questa umiltà del Cincinnato a Stefano non
ha portato neanche la pensione di guerra. Qualche volta — senza
avere un soprassoldo fisso — da Roma gli è arrivato un vaglia di
80 mila lire. Poche migliaia di lire annue e saltuarie per un uomo
che oggi avverte i fantasmi del passato e che ha contribuito con
il suo valore e con la sua abnegazione a far conquistare a tutti noi
quella libertà sancita e voluta della dignità d'essere uomini. Questo,
ci si chiede, la Patria riserva a chi l' ha servita fino in fondo? Ma
Stefano non se lo chiede, non chiede nulla come nulla ha chiesto in
passato se non dal suo lavoro instancabile e giornaliero —
d'estate nei campi e d'inverno «caporale» di frantoio oleario —,
è contento di quello che la vita gli ha offerto e l' ha vissuta
con serenità e dedizione totale ai valori umani. Con
la divisione Parma, 49 reggimento fanteria, prima; con i partigiani
slavi di Tito, poi: giovane vita, offerta fino all'olocausto, se
necessario, alla Patria in guerra, la Patria in pace dimenticò
che esistesse, vecchia quercia non abbattuta dal piombo nemico ma
dalla società «deferente». E
lui, il Cincinnato formicolano, neanche in pace ha dimenticato la
Patria: ogni 4 novembre, bandiera alta, occhi serenamente fissi su
di essa, si reca a depositare una corona di alloro di fronte al
Mausoleo di Eroi di una Patria da loro resa libera.
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